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copyright MASSIMO BRUSAPORCI

Diario di un'esperienza: mindfulness e formazione continua in psichiatria

2024-10-05 22:36

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Diario di un'esperienza: mindfulness e formazione continua in psichiatria

Racconto la mia esperienza di formazione sulla mindfulness con un gruppo di educatrici professionali. Descrivo dubbi e aspettative, e come, in otto settimane, l

Sono in anticipo come mio solito. Qualcosa potrebbe andare storto, meglio avere un po’ di margine. È il primo di una serie di incontri. Gli operatori della cooperativa non sono ancora arrivati. Amo il silenzio delle aule prima dell’inizio. Manca poco. Dei quindici minuti d’anticipo, quasi dieci se ne sono già andati per aprire l’aula, tirare fuori il portatile e avviare il proiettore. L’apparato tecnico mi crea sempre una certa preoccupazione. Spesso non serve, ma la prima volta può aiutare, se funziona. Bene, funziona. Sento la responsabilità di fare bene. Devo essere capace anche questa volta di stare insieme a questo gruppo di persone. Non li conosco e anche questo rappresenta un elemento d’incertezza che insieme agli altri rende frizzante la partenza. 


Eccoci qui. Il piccolo gruppo di educatori professionali ha preso posto. Mi domando quanto siano motivati. Ma forse dovrei chiederlo a loro. Sono tutte donne, come spesso accade nel settore della cooperazione sociale. Hanno preso posto alla massima distanza possibile da me. È incredibile come anche da adulti nel “ruolo” di studenti ci sentiamo vulnerabili. A scuola abbiamo appreso molte cose importanti per la loro utilità. Altre, invece, sono importanti perché inutili o addirittura dannose per il nostro sviluppo, purché le riconosciamo. Infatti, in questi casi, tendiamo a percepirci bersagli del potere senza scrupoli del docente, che potrebbe da un momento all’altro chiedendoci conto di ciò che “non sappiamo”. E se le dicessi che quelle che ne sanno di più, in quest’aula, sono proprio loro? Meglio di no. L’approccio che si utilizza quando si insegna la mindfulness, soprattutto all’interno del protocollo MBSR (mindfulness based stress reduction) prevede che non si spoileri nulla, si impara facendo, cioè vivendo l’esperienza. Quindi le avvicino e mi avvicino in modo da infrangere la barriera fisica della distanza, creando una geometria che riducendo lo spazio circoscritto dalla nostra presenza ci renda più unici e capaci di condividere. In qualche modo anche qui è un po’ come tornare a scuola in effetti, le seggiole che spostandosi emettono suoni orrendi, le sedute scomode. Ma a differenza della scuola che abbiamo conosciuto, qui siamo tutti alla pari, pronti a vivere insieme l’esperienza della meditazione. Io rispetto a loro, forse, ho solo po’ di ore di pratica in più. 


Sono in un’aula della Tragitti, la cooperativa che da ormai più di trent’anni accompagna pazienti psichiatrici nel loro percorso di reinserimento sociale e familiare. La cooperativa nasce nel 1991 da un’esperienza di volontariato e associazionismo di familiari di sofferenti psichici. È stata parte attiva nel processo di deistituzionalizzazione che ha portato alla chiusura del manicomio di Imola e, come associazione ha iniziato partecipando, a metà degli anni ‘80, ai primi progetti riabilitativi all’interno di alcuni reparti dell’ospedale psichiatrico. Insomma, sono ospite di una delle cooperative storiche del nostro territorio e di quel settore poco noto, a volte dimenticato, o più spesso volutamente ignorato: la psichiatria. D’altronde la sofferenza non piace. L’essere umano quel tipo di difficoltà fatica a “mandarla giù”, ne ha paura. Eppure, ciascuno di noi potrebbe essere uno o una di loro. 


Aspettative e luoghi comuni 


Le aspettative sembrerebbero alte. Le educatrici vorrebbero imparare “i trucchi del mestiere”. Insomma, mi rendo conto che non sono li solo per sé stesse, cioè per imparare a gestire lo stress, ma soprattutto per i loro pazienti.


Alcune sono chiaramente motivate, sono le prime della classe, quelle che hanno già fatto spazio nella libreria per accogliere i testi di approfondimento. Tutte, purtroppo, si portano dietro la fatica della giornata, forse alcune sono un po’ scettiche ma stanno al gioco. E mi chiedo come facciano. Il loro lavoro può essere davvero impegnativo. In più, la loro giornata lavorativa sarebbe terminata perciò dovranno utilizzare le ultime scorte di energia per stare insieme a me per le prossime due ore. Per fortuna sono ignare di ciò che le aspetta. Questa non è una lezione come quelle a cui siamo abituati. Una di loro mi fa notare che ha già comprato un paio di libri, un’altra ne ha ordinato uno che le sembrava giusto, e altre due durante le chiacchiere prima dell’inizio mentre finisco di armeggiare con i cavetti del pc mi hanno già chiesto cosa leggere. Allora potrebbero essere motivate! Comunque, a proposito di studiare, per fortuna la seconda slide che sto per mostrare contiene la parola “esperienza”, tanto per liberare il campo da ogni dubbio. Questi incontri formativi non prevedono che si studi, ma che si faccia esperienza, che si pratichi e si registri cosa accade nel nostro mondo, noi inclusi ovviamente, per effetto di quella pratica. Si comincia dal corpo, si passa attraverso il respiro, i sensi, la percezione dei suoni e l’osservazione dei pensieri. 


È il primo incontro, e come sono solito fare, chiedo ai presenti cosa si aspettano, cosa sanno, cosa pensano che sia. In genere non do risposte, soprattutto se si tratta di un percorso MBSR o di incontri che ad esso si ispirano. Non è mai saggio assecondare la curiosità dei partecipanti. Piuttosto metto da parte le domande in attesa che arrivino le risposte dal gruppo. Ciascuno farà esperienza e insieme impareremo qualcosa di nuovo. Ci vuole fiducia. In questo caso fornisco alcuni elementi di contesto, illustro per sommi capi il programma, ciò che faremo insieme, ma non entro nei dettagli dei perché e dei percome. Lo scopriremo insieme. 


Le aspettative sono alte perché le partecipanti, in qualità di educatrici, mi rivelano di avere la pretesa di usare quelle poche ore per imparare come applicare coi loro pazienti qualche elemento della metodologia che sto per usare in aula. In pratica ogni mio gesto, ogni scelta didattica, da un’attività di gruppo, fino alle conduzioni delle pratiche meditative, tutto sarà considerato come qualcosa da imparare per essere riprodotto e adattato con i pazienti. Ecco, si, le mie allieve sono estremamente motivate, ormai non ho più dubbi. A questo punto sono io a fare alcune domanda per tentare di immaginare quale sia il materiale umano con il quale si confrontano abitualmente loro. E le risposte non mi sono sembrate del tutto confortanti se messe a confronto con le aspettative. Mi vengono descritte situazioni molto estreme, di persone difficili da trattare. Eppure, loro ci vogliono provare. Nel tempo di una risposta o due diventiamo tutti consapevoli del livello della sfida in atto. Anche per questo mi rendo conto di avere davanti delle persone estremamente creative, capaci e molto competenti, ma ancora desiderose di imparare, e soprattutto determinate ad alleviare le sofferenze di altre persone. 


La pratica rende competenti 


Trascorrono otto settimane. Un lasso di tempo in cui oltre agli incontri in aula, le partecipanti hanno avuto la possibilità di praticare a casa grazie alle audioguide che ho fornito. Le più diligenti hanno compilato settimanalmente anche le schede che ho distribuito annotando le esperienze fatte ogni giorno col corpo, col respiro, con le emozioni e così via. Questo è ciò che accade normalmente in un gruppo MBSR. Nel loro caso però hanno avuto anche l’opportunità di verificare se quello che si aspettavano che accadesse con i pazienti era effettivamente accaduto. 


Un educatore o un’educatrice di comunità psichiatrica non è esattamente un badante o una badante, con tutto il rispetto per entrambe le categorie. Forse non tutti lo sanno, quegli esseri umani, costretti loro malgrado a trascorrere pezzi della loro vita in strutture appositamente organizzate, malgrado siano spesso dimenticati dalla società, non sono comunque per nulla badati. Infatti, a fine corso, durante una condivisione, scopro che le educatrici hanno applicato con quei pazienti “difficili” ciò che avevano appreso durante il corso. E quindi? Con mio stupore, ma anche con loro stesso stupore mi hanno risposto che quindi ha funzionato benissimo. Anche i pazienti più ostici hanno reagito positivamente, e anzi, hanno richiesto di rifare quelle pratiche insieme perché avevano ottenuto più stabilità, più benessere, più centratura.


Non ho parole e continuo a non averne. Mentre raccolgo questi feedback penso a quanto tutto questo sia incredibile. Ma sono i fatti che contano. Un piccolo gruppo di educatrici professionali in poche settimane attraverso la meditazione di consapevolezza ha imparato a gestire meglio lo stress e ha acquisito nuove competenze utili per alleviare la sofferenza di alcuni pazienti psichiatrici.


Non c’è che dire, la meditazione di consapevolezza è uno degli strumenti più potenti per migliorare la vita delle persone.